Il passato torna visibile: tecnologie digitali a disposizione di siti archeologici e architettonici

Droni, radar, 3D e intelligenza artificiale stanno trasformando l’archeologia, riportando alla luce paesaggi e città del passato.

12 gennaio 2026 08:05
Il passato torna visibile: tecnologie digitali a disposizione di siti archeologici e architettonici -
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Per secoli l’archeologia è stata soprattutto pazienza, pala e pennello. Oggi questi strumenti convivono con laser, droni, algoritmi e visori immersivi. Le nuove tecnologie non servono solo a “scavare meglio”, ma permettono di riesumare interi paesaggi scomparsi, restituendo forma e senso a opere architettoniche e archeologiche che appartengono a epoche lontane.

Guardare sotto terra senza scavare: il trionfo delle indagini non invasive

Uno dei cambiamenti più profondi è l’uso sistematico di tecniche non invasive. Il ground penetrating radar (GPR), ad esempio, invia impulsi elettromagnetici nel sottosuolo e ricostruisce l’immagine delle strutture sepolte. In questo modo è possibile intuire la presenza di muri, tombe, cavità e canalizzazioni senza asportare neppure un granello di terra.

Per gli archeologi è una rivoluzione: si possono pianificare scavi mirati invece di “andare a tentoni”, con un duplice vantaggio. Da un lato si riduce il rischio di danneggiare ciò che si desidera studiare, dall’altro si ottimizzano tempi e risorse, concentrando gli interventi nei punti davvero promettenti. Lo stesso approccio è sempre più usato anche nel restauro di edifici storici: prima di intervenire su una chiesa o su un palazzo antico, le indagini geofisiche permettono di capire cosa c’è sotto le fondazioni e di prevenire cedimenti o problemi strutturali.

Lidar e droni: quando l’archeologia vola

Se il radar guarda sotto la superficie, il Lidar osserva dall’alto. Montato su droni o aerei, questo sistema invia milioni di impulsi laser verso il suolo e misura il tempo di ritorno del segnale, costruendo modelli digitali del terreno estremamente precisi.

Il punto decisivo è che il Lidar “vede” anche sotto la vegetazione. In molti contesti, intere città o sistemi di terrazzamenti agricoli risultavano invisibili da terra perché sommersi dalla foresta o dalla macchia. Con queste scansioni, invece, emergono strade, mura, piattaforme cerimoniali, canali di irrigazione, tracciati urbani complessi. In alcune regioni del mondo si è capito che paesaggi considerati per secoli “vuoti” erano in realtà pieni di insediamenti interconnessi.

La stessa logica si applica all’architettura storica: rilievi Lidar di centri storici, complessi monastici o castelli permettono di ricostruire con grande precisione le volumetrie originarie, di individuare fasi costruttive diverse e di simulare l’impatto di restauri, ampliamenti o cambi di destinazione d’uso.

Dal dato grezzo alla città virtuale: 3D, VR e realtà estesa

Le nuvole di punti raccolte da GPR, Lidar e scansioni 3D non sono già “ricostruzioni”: vanno interpretate e trasformate in modelli comprensibili. Qui entrano in gioco fotogrammetria, laser scanner e software di modellazione che consentono di creare copie digitali fedeli di statue, edifici e interi quartieri.

Sempre più spesso questi modelli vengono pensati fin dall’inizio per essere usati in ambienti immersivi. La realtà virtuale (VR) permette di “camminare” in una città antica ricostruita digitalmente, di entrare in un tempio o di esplorare un palazzo ormai ridotto a rudere. La realtà aumentata (AR) sovrappone invece al sito reale – le colonne spezzate, i muri crollati – una ricostruzione digitale visibile tramite smartphone o visori, permettendo di vedere “com’era” senza nascondere “com’è”.

Si parla sempre più spesso di realtà estesa (XR) per indicare il continuum fra reale e virtuale: i visitatori si muovono in uno spazio fisico, mentre contenuti digitali si integrano in modo coerente e informato, grazie ai dati archeologici e architettonici raccolti in precedenza.

L’intelligenza artificiale come alleata degli archeologi

Un ruolo crescente è giocato dall’intelligenza artificiale. Algoritmi di machine learning possono essere addestrati a riconoscere pattern nei dati Lidar o nelle immagini satellitari, individuando indizi di strutture sepolte che a occhio nudo sfuggirebbero. In modo analogo, reti neurali possono aiutare a interpolare parti mancanti di un edificio, proponendo varianti plausibili basate su stili costruttivi documentati per quella regione e quel periodo.

In ambito di fruizione pubblica, l’AI serve anche a rendere le esperienze più adattive: un’app può proporre informazioni diverse a seconda della familiarità dell’utente con la storia, del tempo a disposizione, dell’interesse per l’architettura, la religione, l’arte. La stessa ricostruzione può essere mostrata in versione “essenziale” a un visitatore generico o arricchita di dettagli tecnici per studenti e specialisti.

Ovviamente queste tecnologie non sostituiscono l’interpretazione umana. Ogni ricostruzione è una proposta basata su indizi, e la correttezza scientifica dipende dalla trasparenza sui metodi usati e sul grado di incertezza: ciò che è certo va distinto chiaramente da ciò che è ipotetico.

Dal cantiere ai media: come film, serie e giochi reinventano il passato

Le stesse tecnologie che sostengono la ricerca vengono sempre più spesso impiegate anche nei media. Molti film storici, serie TV e documentari utilizzano rilievi 3D e consulenze archeologiche per creare scenografie digitali credibili: città antiche, porti scomparsi, palazzi reali in epoche passate.

Il mondo dei videogiochi è ancora più radicale in questa direzione. Alcune produzioni ad ambientazione storica si avvalgono di vere e proprie équipe di storici, archeologi e architetti per ricostruire quartieri, monumenti e interi paesaggi urbani di epoche lontane. In diversi titoli sono state introdotte modalità “educative” che permettono di esplorare le ricostruzioni senza obiettivi di gioco, aprendole a scuole, musei e appassionati. Persino i portali di giochi online propongono varie slot a tema storico, archeologico o, in qualche maniera, legate al tempo di antiche civiltà come il titolo gates of olympus.

Ricostruire, con responsabilità

Tutta questa potenza visiva e narrativa ha però un lato delicato. Un modello 3D perfetto o una città virtuale “vivibile” rischiano di dare l’illusione di una verità assoluta, mentre in archeologia e storia dell’architettura si lavora quasi sempre su ipotesi e frammenti.

Per questo oggi i progetti più seri puntano sulla trasparenza:

·         distinguere graficamente ciò che è documentato da ciò che è ricostruito;

·         indicare nelle interfacce le fonti principali su cui si basano le scelte;

·         rendere visibili le diverse fasi di un edificio, invece di mostrarne solo l’aspetto “più bello”;

·         spiegare come e perché si è giunti a una certa soluzione.

In questo modo la tecnologia non cancella la complessità, ma la rende più comprensibile, offrendo al pubblico strumenti per farsi un’idea critica.

Verso il “gemello digitale” del patrimonio

La direzione in cui si sta andando è quella del cosiddetto gemello digitale: una copia virtuale di un sito archeologico o di un edificio storico, basata su rilievi accurati e aggiornata nel tempo. In caso di crolli, terremoti o conflitti, il gemello digitale può diventare un archivio prezioso per la ricostruzione, ma anche una forma di sopravvivenza simbolica del bene culturale.

Riesumare, oggi, non significa solo riportare alla luce ciò che è sepolto. Significa documentare, modellare, condividere, raccontare. Le nuove tecnologie ampliano lo sguardo degli archeologi e degli storici dell’architettura, e allo stesso tempo aprono al grande pubblico porte prima riservate a pochi specialisti. Il passato non torna mai identico a sé stesso, ma può diventare più leggibile, più vicino, più accessibile – purché si continui a maneggiarlo con cura, rigore e senso di responsabilità.

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